Categoria: Storia_del_giorno

Il grillo e la moneta

Grillo Insetto Canto Del - Foto gratis su Pixabay

Anche oggi abbiamo deciso di mettervi una bella storia di Bruno Ferrero. Vi ricordiamo che aspettiamo con ansia le vostre storie. Mandatecele alla mail oratop@etlgr.com

Un saggio indiano aveva un caro amico che abitava a Milano. Si erano conosciuti in India, dove l’italiano era andato con la famiglia per fare un viaggio turistico. L’indiano aveva fatto da guida agli italiani, portandoli a esplorare gli angoli più caratteristici della sua patria.

Riconoscente, l’amico milanese aveva invitato l’indiano a casa sua. Voleva ricambiare il favore e fargli conoscere la sua città. L’indiano era molto restio a partire, ma poi cedette all’insistenza dell’amico italiano e un bel giorno sbarcò da un aereo a Malpensa.

Il giorno dopo, il milanese e l’indiano passeggiavano per il centro della città. L’indiano, con il suo viso color cioccolato, la barba nera e il turbante giallo attirava gli sguardi dei passanti e il milanese camminava tutto fiero d’avere un amico così esotico.

Ad un tratto, in piazza San Babila, l’indiano si fermò e disse:”Senti anche tu quello che sento io?”

Il milanese, un po’ sconcertato, tese le orecchie più che poteva, ma ammise di non sentire nient’altro che il gran rumore del traffico cittadino.

“Qui vicino c’è un grillo che canta”, continuò, sicuro di sé, l’indiano.

“Ti sbagli”, replicò il milanese. “Io sento solo il chiasso della città. E poi, figurati se ci sono grilli da queste parti”.

“Non mi sbaglio. Sento il canto del grillo”, ribatté l’indiano e decisamente si mise a cercare tra le foglie di alcuni alberelli striminziti. Dopo un po’ indicò all’amico che lo osservava scettico un piccolo insetto, uno splendido grillo canterino che si rintanava brontolando contro i disturbatori del suo concerto.

“Hai visto che c’era un grillo?”, disse l’indiano.

“È vero”, ammise il milanese. “Voi indiani avete l’udito molto più acuto di noi italiani…”.

“Questa volta ti sbagli tu”, sorrise il saggio indiano. “Stai attento…”. L’indiano tirò fuori dalla tasca una monetina e facendo finta di niente la lasciò cadere sul marciapiede.

Immediatamente quattro o cinque persone si voltarono a guardare.

“Hai visto?”, spiegò l’indiano. “Questa monetina ha fatto un tintinnio più esile e fievole del trillare del grillo. Eppure hai notato quante persone lo hanno udito?”

Lo scorpione

La piccola storiella di oggi è tratta dal libro “A volte basta un raggio di sole” di Bruno Ferrero.

Un monaco si era seduto a meditare sulla riva di un ruscello. Quando aprì gli occhi, vide uno scorpione che era caduto nell’acqua e lottava disperatamente per stare a galla e sopravvivere.

Pieno di compassione, il monaco immerse la mano nell’acqua, afferrò lo scorpione e lo portò in salvo sulla riva. L’animale per ricompensa si rivoltò di scatto e lo punse provocandogli un forte dolore.

Il monaco tornò a meditare, ma quando riaprì gli occhi, vide che lo scorpione era di nuovo caduto in acqua e si dibatteva con tutte le sue forze. Per la seconda volta lo salvò e anche questa volta lo scorpione punse il suo salvatore fino a farlo urlare per il dolore.

La stessa cosa accadde una terza volta. E il monaco aveva le lacrime agli occhi per il tormento provocato dalle crudeli punture alla mano. Un contadino che aveva assistito alla scena esclamò:”Perché ti ostini ad aiutare quella misera creatura che invece di ringraziarti ti fa solo male?”

“Perché seguiamo entrambi la nostra natura” rispose il monaco. “Lo scorpione è fatto per pungere e io sono fatto per essere misericordioso.”

E tu, per che cosa sei fatto?

Chi di voi ha paura degli scorpioni? Ebbene, oggi voglio divagare un po’ sugli scorpioni presenti in Italia. Tutte le specie di questo animale presenti nel nostro paese, non rappresentano una minaccia per l’uomo. Loro cercano sempre di evitarci e la loro puntura ha conseguenze minori di quelle di una puntura di un’ape. Nonostante questo, se ne trovate uno in giro, lasciatelo in pace! Anche perché, nonostante la puntura di uno scorpione italiano non sia pericolosa, non è comunque una cosa piacevole 😉

Il cervo e il leone

Anche oggi, non avendo ricevuto nessuna vostra opera, abbiamo deciso di inserire una favola di Esopo un po’ rivisitata. Speriamo vi piaccia. Vi ricordiamo di inviarci i vostri racconti a oratop@etlgr.com

C’era una volta, un bellissimo cervo, con delle imponenti corna ramificate. Erano così belle, che l’animale andava spesso a specchiarsi nel laghetto. C’era una cosa che al cervo però proprio non andava giù. Non sopportava di vedere che le sue grandi corna e il suo corpo atletico erano sostenuti da delle zampe così magre e ossute.

Uno dei tanti giorni passati a specchiarsi, sentì un rumore strano. Quando alzò lo sguardo vide molto vicino a lui un leone, che lo guardava dritto negli occhi. Il cervo scattò e cerco di fuggire nella foresta, seguito con un ruggito dal leone. Stava lentamente guadagnando terreno, quando si impigliò rovinosamente nei rami con le corna. Il leone stava per acciuffarlo, ma il cervo, spingendo con tutta la forza delle gambe riuscì a liberarsi dai rami e a riprendere a correre.

Alla fine il leone desistette e il cervo sì fermò a riposare. Si rese conto di essere stato salvato da ciò che meno gli piaceva, mentre le corna, che continuava ad ammirare, stavano per ucciderlo. Da quel giorno imparò un’importante lezione e decise di non guardarsi più nel laghetto.

Morale: a volte, le cose che critichiamo all’apparenza, sono molto più utili di altre che invece consideriamo migliori.

Finalmente il sole

La storia che andiamo ad inserire oggi, aspettando sempre i vostri capolavori, che potete inviare alla nostra mail (oratop@etlgr.com), è un vecchio mito degli indiani d’America. Questo mito ci narra della nascita del sole.

Molti e molti anni fa gli uomini e gli animali da questa parte del mondo vivevano al buio. Non si vedeva nulla e così tutti andavano spesso a sbattere contro agli alberi e le rocce o si urtavano tra loro. “Non si può più continuare così” brontolavano. “Ci vuole un po’ di luce!”

Un giorno (o forse una notte, non si può sapere, visto che niente distingueva l’uno dall’altra) la volpe chiamò tutti quanti e disse:”C’è un popolo che vive dall’altra parte del mondo. Ha tantissima luce, ma se la tiene tutta per sé e non vuole darne via nemmeno un pochino.” L’opossum prese la parola:”Posso andare io a rubarne un pezzetto. Ho la coda lunga e folta: posso nasconderci dentro la luce che prendo.”

Tutti furono entusiasti della sua idea e così l’opossum partì e raggiunse l’altra parte del mondo. Lì c’era una luce fortissima. Piano piano, l’opossum strisciò fino alla luce, ne afferrò un po’ e la nascose nella sua lunga e folta coda. Purtroppo per lui, però, la luce era così calda che incominciò a bruciacchiare la sua pelliccia. L’opossum lanciò un grido di dolore ed il suo furto venne scoperto. La luce fu riportata al suo posto e l’opossum venne cacciato via, con la coda che, da allora, non è più folta, anzi non ha più neppure un pelo.

Poiché l’opossum non era riuscito nella sua impresa, l’avvoltoio disse:”Proverò io. Prenderò un pezzetto di luce, l’appoggerò sulla mia testa e ve la porterò!” L’avvoltoio partì e volò fin dall’altra parte del mondo. Salì in alto in alto, fino alla luce, ne afferrò un raggio e se lo caricò sulla testa. Ma il raggio era così caldo che gli bruciò le penne. L’avvoltoio lanciò un grido di dolore e il suo furto venne scoperto. La gente di quel paese lo costrinse a rimettere il raggio di luce al suo posto e lo cacciò via, con la testa che, da allora, non è più coperta dalle piume ma è completamente pelata.

Il ragno, visto che né l’opossum né l’avvoltoio erano riusciti a portare la luce da questa parte del mondo, disse a tutti:”Lasciate provare a me!” Per prima cosa costruì una pentola di argilla, molto robusta. Fatto questo, intrecciò un filo di ragnatela così lungo da arrivare fino all’altra parte del mondo e poi partì.

Piccolo com’era, il ragno arrivò fino alla luce senza essere visto, ne prese metà e la infilò nella pentola per non bruciarsi. Così, prima che la gente si accorgesse del furto, il ragno si era già arrampicato lungo il filo della sua ragnatela e stava tornando verso casa.

Fu così che il ragno portò da questa parte del mondo la luce che illumina tutto quanto, proprio quella che noi ancora oggi chiamiamo Sole!

Il cavallo e l’asino

Photo by Dids on Pexels.com

La storia di oggi è una vecchia favola di Esopo, che ci aiuta a capire quanto sia importante la collaborazione.

C’era una volta un uomo che possedeva un cavallo ed un asino. L’uomo voleva bene a tutti e due e li riempiva di attenzioni. Tuttavia, quando si trattava di portare al mercato i sacchi di farina, al cavallo ne caricava solo un paio, mentre in groppa all’asino ne caricava un numero molto maggiore. L’asino non si lamentava mai di questo, perchè sapeva che quello era il suo lavoro.

Purtroppo pero, un giorno, il padrone mise troppi sacchi sulla groppa dell’asino, che dopo non molto tempo iniziò a camminare faticosamente. L’uomo era così distratto che non si accorse di nulla. Allora l’asino, senza forze, chiese aiuto al cavallo, che fece finta di non sentire nulla. La povera bestia, sfinita, continuò a chiedere aiuto al cavallo. “Per favore amico mio, aiutami. Prendi anche solo uno dei miei sacchi, non chiedo molto.” Ma il cavallo continuava a rifiutarsi. “Se il padrone ti ha caricato tutti quei sacchi è perché riesci a portarli tutti, quindi non mi dare più fastidio.”

Ad un certo punto però, l’asino non ce la fece più e cadde a terra con un tonfo. In quel momento il padrone si rese conto della situazione. “Povera bestia mia, sono stato davvero stupido a metterti in groppa così tanto peso, ora te lo tolgo e ti lascio anche un po’ d’acqua per riprenderti.” Finalmente l’asino poteva riposarsi.

L’uomo chiamò il cavallo e caricò su di lui tutti i sacchi che aveva tolto all’asino. La bestia altezzosa non poté che obbedire e proseguì il resto del viaggio faticando enormemente e rimproverandosi per la sua stupidità. “Che stupido che sono stato! Se avessi deciso di aiutare l’asino come mi aveva chiesto, ora avrei solo un sacco in più e non farei tutta questa fatica.”

Morale della favola: meglio condividere le fatiche con gli altri prima che tutte le fatiche ricadano su di noi.

Il naso che scappa

La storia di oggi è un racconto tratto da “Favole al telefono” di Gianni Rodari. E quindi sì, per oggi niente poesie. Speriamo che vi piaccia. Fatecelo sapere qua sotto nei commenti 🙂

IL NASO CHE SCAPPA

Sul lago Maggiore, in un paese chiamato Laveno, accadde un fatto strano: un signore si
svegliò una mattina e guardandosi allo specchio mentre stava per farsi la barba gridò:
“Aiuto! il mio naso!”
Il naso in mezzo alla faccia non c’era più, al suo posto c’era tutto un liscio.
Quel signore, in vestaglia come stava, corse sul balcone giusto in tempo per vedere il suo naso che, sgusciando fra le auto, trotterellava verso il pontile per imbarcarsi sul traghetto per Verbania. “Ferma, ferma!” gridò il signore “Il mio naso! Al ladro, al ladro!”
La gente guardava in su e rideva di lui:”Le hanno rubato il naso e le hanno lasciato la zucca? Brutto affare…” A quel signore non rimase che correre in strada e inseguire il fuggitivo tenendosi un fazzoletto davanti alla faccia come se avesse il raffreddore. Purtroppo fece appena in tempo a vedere il battello che si allontanava dal pontile. Il signore si tuffò coraggiosamente in acqua per cercare di raggiungerlo mentre i passeggeri lo incitavano :”Forza, forza!”
Ma il traghetto prese velocità e un marinaio dal ponte gli gridò:”Aspetti l’altro battello ce n’è uno fra mezz’ora!”
Il signore scoraggiato stava per tornare a riva quando vide il suo naso che galleggiava sopra un mantello, fluttuando come una medusa. “Allora è stata una finta, non hai preso il battello!”
Ma il naso guardava dritto davanti a sé come un vecchio lupo di mare e non rispose. “Ma dove vai?” gli urlò il signore. Ma anche questa volta non ottenne risposta.
Non gli restò che tornarsene a casa sconsolato.si rinchiuse nella sua stanza e ordinò alla sua governante di non fare più entrare nessuno, si vergognava troppo di quella faccia senza naso!
Passò qualche giorno e un pescatore ritirando le reti vi trovò impigliato il naso che era affondato per i troppi buchi del suo mantello: il pescatore lo mise in vendita al mercato. La domestica lo vide mentre faceva la spesa e inorridita nel vedere il naso del suo padrone fra tonni e lucci disse al pescatore:”Datemi subito quel naso, lo riporto al mio padrone!” Ma il pescatore le rispose :”Se è del tuo padrone non lo so, ma io non te lo regalo, l’ho pescato e lo vendo a peso d’oro, è un naso mica un pesce persico!”
La domestica corse a informare il padrone che le disse:”Dai al pescatore tutto quello che vuole.”
Ma occorreva una grossa somma, tremendamila euro, tredici tredicioni e mezzo.
Per mettere insieme quella somma dovette anche vendere un paio di orecchini d’oro a cui teneva molto, ma siccome era affezionata al suo padrone li sacrificò con un sospiro. Prese il naso, lo avvolse in un fazzoletto e lo portò a casa dove il signore lo accolse felice, ma gli chiese:”Perché sei scappato? Cosa ti avevo fatto?”
Il naso lo guardò per traverso e gli rispose arricciandosi:”Senti, non metterti più le dita nel naso o almeno tagliati le unghie!”

Non abbiate paura

“Ma come un’altra poesia?” Eh già….che volete che vi dica? Si vede che siamo diventati tutti più emotivi. 😉

Probabilmente molti di voi hanno già letto questa poesia scritta da Paoletta, tuttavia anche noi la abbiamo ricevuta e abbiamo pensato di mostrarla anche alle persone a cui non è arrivata.

NON ABBIATE PAURA

Sta barca granda me la son enmaginada ades
granda, che la navigava senza speranza en del mar tut revers;
onde, lampi e na tempesta enfuriada
sventolada come na foia a se stesa abandonada;
Ma a gala la resiste,
la se endriza dopo la se reversa, onde alte mai viste
Sol n’urlo se sente
l’è el capitano, che el richiama la so gente
“Non abbiate paura, continuate a remare
tutti insieme uniti ce la possiamo fare”

-Paoletta-

Ti abbraccerò

Oggi vi proponiamo un’altra poesia, che ci è stata mandata da una mamma. Questo bellissimo testo è stato scritto da Giordana Bruno. Bellissima poesia che ci fa riflettere sugli strani giorni che stiamo vivendo 🙂

Ti abbraccerò con gli occhi e col pensiero
e sarà un gesto di amore vero,
ti bacerò con lo sguardo soltanto
e sarà un bacio come ti avessi accanto,
ti abbraccerò col mio più bel sorriso
e sarà come stare viso a viso.
Ti stringerò con una telefonata,
e sarà come un abbraccio
per tutta la durata.
Farò così in questi strani giorni
sperando che il bel tempo poi ritorni,
allora quando tutto sarà passato, 
ti abbraccerò come non ti avevo mai abbracciato.

Poesia scaccia coronavirus

E la storia di oggi è una bellissima poesia che ci è stata mandata da Viola. La ringraziamo per i bellissimi versi e vi ricordiamo che anche voi potete mandarci le vostre storie, di qualsiasi genere siano, alla mail oratop@etlgr.com

E allora via con la poesia, che ci da una mano e ci fa riflettere, ma ci strappa anche un sorriso. 😉